Dario Fabbri

ALESSANDRO LOLLI / IMMAGINE: ELABORAZIONE GRAFICA / IL TASCABILE
14.2.2023
Dario Fabbri, l’incompreso
Un’analisi del pensiero del mattatore geopolitico, tra psicologia collettiva e spirito delle nazioni.
Alessandro Lolli è nato a Roma nel 1989. Suoi scritti sono apparsi su Not, Prismo, Pixarthinking, VICE, L’Indiscreto e altri. È autore del saggio “La guerra dei meme” (Effequ, 2017).
C’è una cosa che si dice di certi autori famosi: “tanto letto quanto poco capito”. A dirla sono di solito cultori dell’autore medesimo che vogliono spingere la loro personale interpretazione, alle volte con buone ragioni: pensiamo a quegli autori molto controversi come Nietzsche, o a quelli particolarmente oscuri come Deleuze. Si sostiene, in merito a questi autori, che ci sia una verità in bella vista che non viene capita o addirittura processata dai lettori. Ecco, non trovo nessuno cui questo detto si addica di più che a Dario Fabbri, lo studioso e divulgatore di geopolitica passato, poco prima della guerra, dalla redazione di Limesagli studi di La7 e al successo nazionalpopolare. Esiste tutta una serie di cose che Dario Fabbri dice, e dice esplicitamente e ripetutamente, che sembrano non essere neppure recepite – altro che fraintese! – dall’ampio seguito che ha costruito negli ultimi anni. Queste cose sono per sua stessa ammissione il fondamento filosofico che giustifica tutte le sue riflessioni, il fondamento filosofico di ciò che chiama “geopolitica”.
Partiamo dall’inizio, chi è Dario Fabbri? Si dice che nasca in Italia nel 1980 ma non è nota né la data né la località. Si sa che ha vissuto negli USA ed è bilingue. Ampie zone della sua vita sono protette da una spessa coltre di riservatezza. Sappiamo che è laureato in scienze politiche e che è diventato giornalista nel 2013. Da allora ha collaborato con numerose testate e organizzazioni come analista geopolitico, tra le quali possiamo citare Gnosis, rivista italiana di intelligence, il think tank Macrogeo e soprattutto Limes, il più noto periodico di geopolitica in Italia, dove ha costruito la sua prima fama. Dalla fine degli anni dieci, Fabbri inizia a comparire come ospite in varie trasmissioni televisive, mostrando già delle caratteristiche comunicative peculiari che faranno la sua fortuna negli anni seguenti. Con la pandemia, si intensificano i suoi collegamenti da casa in vari studi televisivi ma è proprio Limes a lanciare definitivamente il Fabbri-personaggio, destinato a esploderle tra le mani di lì a poco. Nell’autunno del 2021 Limessbarca su Youtube e il direttore Lucio Caracciolo mette subito in chiaro chi è il capocannoniere della squadra: non lui, ma proprio Fabbri. Limes si propone infatti con due format: uno con Dario Fabbri, uno con tutti gli altri. Ogni settimana esce “L’approfondimento del giovedì di Dario Fabbri” e poi una tavola rotonda con tutti gli altri, a rotazione. Il direttore sembra vedere in Fabbri qualcosa di speciale, di eccezionale. E in effetti tale quid è ben evidente a chiunque lo segua: Dario Fabbri è un mattatore.
Cos’è la geopolitica per Dario Fabbri? Lui stesso ci avverte che questo termine viene utilizzato in modo molto ampio e, a suo dire, improprio.
Oltre le cose interessanti che dice, c’è come le dice. È assertivo ma caldo, divulgativo senza mancare di precisione e chiarezza, nei confronti degli interlocutori è diplomatico pur non arretrando di un millimetro – ma soprattutto Dario Fabbri fa ridere, fa tanto ridere. Lo fa usando quello che gli inglesi chiamano dry o deadpanhumour: serve le battute con espressione impassibile, senza alterazioni di tono. Tra i più seri dei discorsi, Fabbri inserisce queste fucilate caustiche perfettamente integrate nella tessitura vocale dell’eloquio: “Come quando c’era il Recovery Fund che in Italia si chiama Recovery Found perché evidentemente l’idea che calasse dal cielo e quindi diventasse un participio passato, ‘trovato’, ‘found’, era funzionale”.Ecco, l’ho scritto e non fa ridere, ma è uno dei suoi cavalli di battaglia che ha ripetuto centinaia di volte nell’ultimo anno, ogni volta piazzato a tradimento dentro un’argomentazione stratificata.
La popolarità del Fabbri-personaggio cresce nei mesi fino all’irreparabile: nel Gennaio 2022, con un tweet, Fabbri annuncia che “Dopo 9 anni si conclude la mia esperienza a Limes. Le mie analisi non appariranno più nei vari canali della rivista. È il momento di nuovi progetti. Restate sintonizzati. Grazie per l’attenzione”. Fabbri si è presentato al suo appuntamento con la Storia con una puntualità quasi inquietante: il mese seguente la Russia invade l’Ucraina. “I nuovi progetti” cui alludeva prendono forma dal corso degli eventi e l’analista geopolitico del momento viene convocato d’urgenza in tv per partecipare a un’impresa di cui non si vede la fine. A chiamarlo è un giornalista che non ci trova nulla di strano nel farsi 48 ore di diretta a ogni tornata elettorale e che quindi ha pensato bene che la terza guerra mondiale richiedesse uno sforzo ulteriore. Per oltre tre mesi, ogni giorno, Enrico Mentana e Dario Fabbri si presentano agli Italiani alle cinque di pomeriggio per lasciarli verso ora di cena. Un duo dinamico che trae forza dalle reciproche differenze: da un lato l’eloquio marziale di Fabbri, il fascino dell’uomo tutto d’un pezzo con lo sguardo fisso all’orizzonte, dall’altro il parossistico carisma del “Direttore” fatto di balbettii, incertezze, discorsi a braccio che si perdono e si ritrovano, espressione della certezza assoluta del ruolo che ricopre e che neanche questa ostentata superficialità può mettere in discussione. L’alchimia funziona e i due si fanno oltre cento giorni di luna di miele televisiva, imponendo definitivamente il volto di Fabbri alla coscienza degli italiani.
In questo periodo Fabbri lancia due nuovi progetti, prima l’inserto settimanale Scenari con il quotidiano Domani e poi Domino, un mensile di geopolitica diretto da lui e edito dallo stesso Mentana. Nel corso del 2022, specialmente una volta liberatosi dell’impresa dei 100 giorni su LA7, Dario Fabbri ha attraversato l’Italia con una intensa attività di conferenziere. Queste conferenze sono particolarmente interessanti proprio perché di ampio respiro, in senso tematico e in senso temporale: Dario Fabbri parla tanto e parla di quello che vuole lui. E quando Dario Fabbri parla di quello che vuole lui, parla della filosofia della geopolitica. Quello che ci interessa in questa sede, infatti, non sono le opinioni “contingenti” di Fabbri, come chi vincerà la guerra russo-ucraina, quali sono gli interessi della Germania, cosa dovrebbe fare l’Italia, gli obiettivi di medio termine degli Stati Uniti e così via; tutti argomenti che Fabbri tratta sempre e lo fa con dovizia e chiarezza. Ci interessa perché Fabbri pensa queste cose, il fondamento filosofico della sua lettura della realtà, un fondamento che non dobbiamo dedurre noi, ma che lui stesso ama snocciolare non appena ne ha la possibilità.
In un paio di queste conferenze (qui e qui) il tema è esplicitamente la prospettiva sul mondo della filosofia geopolitica. Preme ricordare che, tuttavia, le affermazioni che per ora definiremo “singolari” che troviamo in queste conferenze, Dario Fabbri non le ha mai lesinate in ogni suo intervento, dalle prime apparizioni in tv della fine degli anni dieci, passando per l’angolo del giovedì di Limes, fino ai lunghi pomeriggi di guerra da Mentana. Solo che in questi interventi vi troviamo una trattazione organica che merita di essere esposta e discussa. Riprendiamo la domanda iniziale, da dove parte Fabbri: che cos’è la geopolitica? O meglio: cos’è la geopolitica per Dario Fabbri? Lui stesso ci avverte che questo termine, soprattutto oggi che va di moda, viene utilizzato in modo molto ampio e, a suo dire, improprio. Nel linguaggio comune, la geopolitica è un’attitudine un po’ cinica e cattivella alle relazioni internazionali. Si premette che si fa un “discorso geopolitico” per mettere da parte la morale, o i moralismi, e analizzare con presunta asetticità i comportamenti delle grandi potenze in genere in conflitto. Nelle parole di Fabbri: “la geopolitica in tv: carri armati, confini, un’invasione anziché un’altra, molta tattica scambiata per strategia, molti discorsi riguardanti questo o quell’obiettivo”.
I popoli per Fabbri sono letteralmente come degli individui ed è molto irritato dal senso comune che li vede come una cosa più complessa e stratificata.
C’è da dire che di questi discorsi ne fa anche Fabbri. Esiste un aspetto pratico e contingente delle sue analisi, orientato verso i comportamenti delle potenze qui ed ora. Ma la filosofia che la informa, dice Fabbri e noi concordiamo, è un’altra cosa. La geopolitica propriamente detta, cui si richiama, nasce alla fine dell’Ottocento in Germania ed è una teoria molto precisa su cosa siano le nazioni, cosa siano le comunità umane e infine cosa sia l’uomo stesso. Una vera e propria filosofia – sistematica nelle ambizioni – che pretende di spiegare molto più delle relazioni tra Stati, vuole definire cos’è la società umana in quanto tale. Va al di là delle mie competenze e dello scopo di questo articolo verificare se quanto dice Fabbri coincida o meno con le prime teorizzazioni di Rudolf Kjellén e Karl Haushofer; atteniamoci quindi alla sua definizione e discutiamo questa.
Sostiene Fabbri che la geopolitica è “quella disciplina che studia l’interazione fra aggregazioni umani in uno spazio geografico specifico”.Questa definizione minima sembra molto vaga e un po’ oscura, ma procedendo nel discorso si scopre che alla base della disciplina geopolitica ci sono molti più assunti, molti dei quali abbastanza singolari. Intanto si postula – o si osserva – che l’interazione tra comunità umane è sempre conflittuale. Ammettendo e non concedendo questa ipotesi, ciò che è davvero interessante è il motivo per cui lo è. Perché si fanno le guerre?, si chiede retoricamente Fabbri. “Per lo stesso motivo per cui quando si gioca a calcetto ci si picchia a margine della partita”. È una battuta ma non è una battuta. La geopolitica di Fabbri sostiene una perfetta coincidenza tra comportamento delle nazioni e comportamento dei singoli, tra psicologia sociale e psicologia individuale, tra uno e molti. Se anche la geopolitica si limitasse a sostenere questo, sarebbe già una disciplina straordinaria, straordinaria in senso letterale giacché nessuna scienza umana oggi si azzarda a porre un’analogia simile. Fabbri la argomenta così: “Le nazioni sono composte soltanto ed esclusivamente da esseri umani, non c’è nient’altro dentro”. I popoli per Fabbri sono letteralmente come degli individui ed è molto irritato dal senso comune che li vede come una cosa più complessa e stratificata. “Pretendiamo dalle nazioni qualcosa che da un singolo essere umano non pretenderemmo mai: le pretendiamo perfettamente razionali, ricche, senza debiti, seducenti, colte, pacifiche, inclini al negoziato. Tutto ciò che noi non siamo mai nella vita”.
Ribadisco: se avete anche solo sfiorato le scienze umane nella nostra vita, vi renderete conto che siamo di fronte a una teoria fuori dal comune. Esplicitiamola: non solo psicologia individuale e psicologia collettiva sono perfettamente sovrapponibili, ma la psicologia collettiva è il movente primo del comportamento politico di istituzioni enormi come le nazioni. Questi soggetti, le collettività di cui si occupa la geopolitica che sono sempre organizzate e dotate di un’identità (“popoli, nazioni, imperi, chiamateli come volete”) sono anche intelligibili nella loro psicologia. Infatti un altro modo indicato da Fabbri stesso per sintetizzare cosa fa la geopolitica è: psicologia dei popoli. Se questa locuzione vi evoca l’ideologia alla base dell’innominabile novecentesco: non vi preoccupate, siete sani. Lo sa anche Fabbri che lamenta il declino della geopolitica dopo la Seconda Guerra Mondiale, per delle ragioni che promette sempre di approfondire ma non gli ho mai visto fare.
Fabbri è anche convinto che la psicologia dei popoli sia il vero fine nobile dell’etnografia che sostiene sia praticamente scomparsa o corrotta: “Oggi l’etnografo va a vedere come intrecciano il caucciù nella foresta amazzonica, una volta si occupava della psicologia collettiva dei popoli”. Ora, a me è capitato di studiare antropologia all’università e mi pare di ricordare che l’etnografia sia nata proprio studiando “come intrecciano il caucciù nella foresta amazzonica” ovverosia studiando le società allora dette primitive o selvagge. E lo faceva con un intento opposto alla psicologia dei popoli, un intento universalistico che vedeva in queste comunità una sorta di fotografia della preistoria di tutto il genere umano: studiare gli altri per scoprire noi stessi. Ironia della sorte vuole che nella seconda metà del Novecento questo presupposto alla base dell’antropologia sia stato anch’esso accusato di razzismo, più precisamente di etnocentrismo. Questo non ha tuttavia fatto tornare in voga la Völkerpsychologie, ma andiamo avanti.
Dicevamo quindi che la psicologia dei popoli non solo esiste ma è anche intellegibile, ed è intellegibile da Fabbri stesso. I suoi interventi sono costellati di definizioni lapidarie della mentalità di questo o quel popolo. Ultimamente, per ragioni ovvie, parla spesso dei Russi che a suo dire sarebbero caratterizzati da due tratti: una grande insicurezza e una sovradimensionata idea di sé stessi. La grande insicurezza, dice Fabbri – e qui finalmente scopriamo il senso del suffisso “geo” –, deriva dall’abitare sulla più grande pianura del mondo, il bassopiano sarmatico. Senza confini naturali, i Russi hanno sempre vissuto nel terrore delle invasioni e sono, in effetti, stati invasi spesso. Sulla sovradimensionata idea di sé stessi, invece, non abbiamo particolari eziologie geografiche ma sembra un tratto che Fabbri attribuisce un po’ a tutti i popoli che sono o sono stati grandi potenze. Infatti, di questi ritratti psicologici lapidari, Fabbri ne produce a rotta di collo, per ogni popolo del pianeta. Degli Iraniani, per esempio, scopriamo innanzitutto che sono Persiani e lo sono sempre stati. Poi questo profondo spirito persiano trasmette anche a loro una sovradimensionata idea di sé che li pone ancestralmente in conflitto con l’egemone occidentale di ogni periodo storico: “Perché la Persia è sempre stata antagonistica della massima espressione imperiale d’occidente. Per informazioni, citofonare a Greci e Romani”. Qui spiegava le ragioni della rivoluzione iraniana del 1979 che a quanto pare risalgono a un’attitudine mentale serbata dalla battaglia delle Termopili in su.
La geopolitica di Fabbri è in polemica continua con almeno tre visioni del mondo e della storia: il leaderismo, l’economicismo e il marxismo.
Bisogna appunto sottolinearlo: questi ritratti psicologici non sono facezie, non sono easter egg, curiosità che ci dona a margine dei discorsi seri, da prendere un po’ come vengono. Fabbri è convinto che siano le ragioni profonde e reali dei conflitti attuali e passati. La geopolitica di Fabbri è infatti in polemica continua con almeno tre visioni del mondo e della storia: il leaderismo, l’economicismo e il marxismo. Il leaderismo è l’impostazione egemone nella didattica della storia per cui i grandi leader, da Giulio Cesare a Putin, passando per Napoleone e Hitler, sono gli unici agenti storici reali e lo studio della storia è in effetti una cascata di nomi di sovrani che fanno questo e quello. Una critica molto condivisibile che non è tuttavia appannaggio esclusivo della geopolitica, è infatti la base della storia sociale di impostazione marxiana o meno. Ma questo è l’unico punto di contatto tra prospettiva marxiana e la geopolitica, che sono ai ferri corti su tutto il resto. Intanto il marxismo viene criticato per l’economicismo, sebbene non ne sia il solo alfiere. L’economicismo per Fabbri è credere che le motivazioni economiche siano ciò che guida le nazioni, soprattutto in casi di conflitto “fanno la guerra per il petrolio, o per le terre rare”. Sostiene che siano sciocchezze e che le grandi potenze facciano la guerra per un solo scopo: per la gloria, per finire nei libri di storia.
C’è poi la critica diretta al marxismo che sta a difesa del cuore della dottrina geopolitica perché il marxismo postula qualcosa che la psicologia dei popoli non può accettare: l’esistenza delle classi. La classi dilaniano la comunità nazionale al suo interno e addirittura ambiscono ad affratellare internazionalmente gli appartenenti alla stessa classe, sia essa la borghesia o il proletariato. Dario Fabbri ha problemi con questa realtà; da un lato non può disconoscerne totalmente l’esistenza (in un recente numero di Domino divide la società russa in 4 classi: abitanti delle metropoli, abitanti delle città di medie dimensioni, la Russia rurale profonda e la Russia delle minoranze etniche), dall’altro le ritiene irrilevanti perché l’identità nazionale sopravviene e annulla sempre quella di classe. Non solo oggi, ma da sempre. È per esempio convinto che la Rivoluzione d’Ottobre sia scoppiata per riscattare la gloria dall’impero russo dalla disfatta nella guerra russo-giapponese del 1905 e “Non la lotta di classe in quanto tale che è una boiata, per dirlo in francese, perché non esiste una comunità che si batte per ragioni di classe perché dentro ne ha tante e non le annulli”. Ai Russi serviva una nuova missione che desse benzina alla loro ambizione imperiale e l’hanno trovata nell’universalismo marxista, usato però in modo meramente strumentale.
Le divisioni interne della società tornano a fargli problema quando deve per esempio rendere conto della rivolta delle donne in Iran. Ogni volta che ne parla, dopo aver premesso che sono lotte giustissime, che le donne hanno ragione eccetera eccetera, afferma con l’aria di chi sta facendo un gol a porta vuota: “Si sente dire è colpa del regime. Ma il regime iraniano è composto da iraniani. Queste donne che scendono in piazza dovrebbero manifestare contro i loro mariti, parenti eccetera che esprimono il regime che non si è calato da Marte ma è comunque espressione della società iraniana”. Ma questo è piuttosto un autogol verso la sua stessa dottrina, non solo perché tutti i movimenti delle donne hanno sempre saputo di dover combattere contro i maschi delle loro famiglie ma soprattutto perché sta a Fabbri doverci spiegare da dove sono state calate queste donne. Da Venere forse? Non sono anche loro iraniane e pertanto espressione dello spirito ancestrale persiano fatto così e cosà? Insomma,l’identitarismo etnico della geopolitica sembra offrire il fianco a obiezioni interne ed esterne, ma resta comunque da scoprire come Fabbri venga a conoscenza dell’indole di ogni popolo della terra. Quando se lo domanda da solo, si risponde così: “Come fai tu a determinare qual è la psicologia collettiva? Beh facendoti un giro per strada per esempio. Mediamente già basta”.
A prendere sul serio questo uscita arriveremmo alla conclusione che non solo la geopolitica ha certezze più granitiche della maggior parte delle discipline umanistiche, ma che la metodologia con cui ha accumulato il suo corpus di conoscenze è questa forma selvaggia di inchiesta sociologica: fermare la gente per strada. A essere generosi con Fabbri e con la sua disciplina, invece, rintracciamo almeno altri due metodi utilizzati per portare alla luce la psicologia profonda dei popoli. Il primo è quello che Fabbri chiama lo studio della “pedagogia nazionale”, ovvero il punto di vista espresso dai libri di storia della scuola primaria e secondaria che riflette l’idea – semplificata e pertanto incisiva nelle menti dei giovani – che una nazione ha della sua storia e di sé stessa. Il secondo, più caratterizzante, è l’analisi dello spazio geografico abitato da un dato popolo, e da qui il prefisso geo- di questo particolare approccio politico-antropologico. Abbiamo visto già che l’indole russa viene dedotta proprio a partire dal bassopiano sarmatico che li renderebbe contemporaneamente paranoici e esaltati. Ora, un metodo del genere pone delle problematicità evidenti: territori grandi quanto le nazioni sono caratterizzate da un’unica geografia? Come fa a derivarne una sola identità? L’Italia ha: mari, montagne, pianure, isole, climi freddi, climi caldi, metropoli, città di medie dimensioni, piccoli centri, paesi e così via. Quale sarebbe il territorio che influisce sulla psiche degli italiani? Eppure Fabbri ama ripetere che, al contrario di quanto gli Italiani pensino di se stessi, siamo assolutamente un popolo unito. Perché? Perché siamo tutti cattolici, risponde, ed ecco spuntare un nuovo criterio che nulla ha a che fare con la geografia. Insomma, il sistema di pensiero che propone Dario Fabbri è tanto originale quanto per lo meno aperto a obiezioni. Ma il punto non è qui. Il punto è che tali obiezioni non sono mai state poste. Mai. Per meglio dire, ciò che strabilia del personaggio Dario Fabbri è la sua ricezione. Questo edificio teorico così assertivo e così in conflitto sia col senso comune che con l’accademia viene accolto senza batter ciglio. Anzi, si direbbe che non viene neppure udito.
Questo edificio teorico così assertivo e così in conflitto sia col senso comune che con l’accademia viene accolto senza batter ciglio.
Alcuni esempi. Aprile 2019, Omnibus, La7 “Ricordiamoci che esiste anche una parte sentimentale – che noi italiani facciamo fatica a comprendere – tra Stati Uniti e Francia. È rarissimo che gli Stati Uniti vadano contro la Francia in generale, che considerano l’unico paese che ha pari dignità alla loro a livello intellettuale, forse hanno anche un complesso di inferiorità nei loro confronti”. Un anno dopo, sempre a Omnibus “La Francia si immagina alla testa di un Impero latino che utilizza come piattaforma per poi trattare con i tedeschi”. Ancora a Omnibus una settimana dopo “Sono un paese [gli USA] che è abituato a questo tipo di ingiustizie, che le pretende, perché è convinto che in quelle ingiustizie ci sia la sua anima. È un paese belligerante che fa guerra da sempre. Teme che se avesse un modello di assistenza sanitaria scandinavo perderebbe quell’elemento di belligeranza, di ingiustizia e di crudeltà profonda che lo caratterizza”. Ancora avanti di un anno, commentando Euro2020 sostiene che “Boris Johnson è tremendamente inglese, per usare un’espressione scozzese”. O più di recente qui, quando nel pieno della guerra ci ricorda che non possiamo capire i Russi perché siamo Italiani, e che loro hanno una idea “velleitaria di sé stessi”.
Nessuno gli chiede come faccia a conoscere l’anima latina della Francia o quella brutale degli Stati Uniti, lo speciale rapporto sentimentale che intercorre tra di loro o cosa voglia dire essere Inglese relativo a Boris Johnson. E ho evitato tutte le occasioni in cui “giocava in casa”, cioè sul canale di Limes, dove approfondisce i dettagli spirituali e ontologici di ogni popolazione del pianeta. Qui potete sentire dei Giapponesi, figli della divinità e autoreferenziali, qui i Francesi con un’idea di sé molto più elevata di quella degli Italiani e con in testa il già menzionato Impero latino e qui la centralità delle “tribù” etnicamente troppo diverse che formano la Germania e della schizofrenia che li contagia per via della posizione che occupano in Europa.
A concorrere alla singolarità di questo ascolto selettivo ci sono, a mio giudizio, due aspetti: uno individuale e uno generalizzabile. Di quello individuale abbiamo già detto: Dario Fabbri è un mattatore nato. L’assertività calma di Fabbri sprigiona una sicurezza tale che ciò che dice non arriva come una serie di opinioni ma come una valanga di dati di fatto. L’aspetto generale lo cogliamo invece nelle parole di chi lo introduce e lo qualifica, una qualifica che è stata centrale negli ultimi due anni di vita del nostro paese, sebbene applicata a un’altra disciplina: “Ascoltiamol’esperto Dario Fabbri”. Dario Fabbri è un esperto. Di cosa? Di geopolitica. Cos’è la geopolitica? Eeeh, sarebbe lungo da spiegare… Ma è più o meno come va il mondo all’altezza delle grandi potenze. Fine. Le parole dell’esperto si ascoltano, si ponderano, si soppesano ma raramente si giudicano e ancora meno si contestano. L’esperto acquista l’obiettività delle scienze dure, anche quando non sono il campo in questione. Sia detto per inciso che, ogni volta che ne ha modo, Fabbri specifica che la geopolitica è disciplina umanistica e non scienza, ma gli effetti di questa percezione non sono sotto il suo controllo. Al contrario di politici, giornalisti e opinionisti, l’esperto è lì per spiegare le cose, non per difendere una posizione.
Le parole dell’esperto si ascoltano, si ponderano, si soppesano ma raramente si giudicano e ancora meno si contestano.
Ora, l’esperto non è onnipotente e può vedere messo in dubbio il suo status. Succede quando la sua opinione si rivela come tale perché troppo in contrasto con la linea politica tenuta in un dato contesto. Ne abbiamo visti di esperti del genere, degradati in diretta durante la pandemia e qualcuno anche sul tema guerra, un esempio su tutti: Alessandro Orsini. Orsini si avvale dello stesso status di Fabbri ma con esiti non paragonabili: partendo anch’egli da una disciplina che vorrebbe scolpita nella pietra (“la sociologia comprendente di Weber”…), giunge però a delle conclusioni che sono incompatibili con la linea che ha assunto il suo paese e che ritrova in molti studi televisivi. La posizione di Fabbri, invece, è allineata ma ancora una volta in modo molto singolare. Se da un lato abbiamo chi spinge per i negoziati in vista dell’interesse nazionale (carovita, coinvolgimento nel conflitto, timore dell’escalation nucleare etc) e dall’altro chi sostiene l’Ucraina in difesa di diritti universali, astratti e inviolabili; Fabbri riesce a compiere un chiasmo: sostiene l’Ucraina per l’interesse nazionale italiano che, al di là del breve termine, si troverebbe più in pericolo con una Russia aggressiva e vincente. Per chi scrive, entrambi esprimono solo la loro – legittima – visione delle cose ed è anche triste vedere le discipline umanistiche tirate per la giacca come fossero ricette che prescrivono questa o quella lettura, quando sono solo il precipitato di un dibattito in corso da millenni. E sarebbe bello che le teorie che informano questo dibattito venissero illuminate di tanto in tanto, siano esse la sociologia del terrorismo di ascendenza weberiana di Orsini o l’elusiva dottrina geopolitica di Fabbri che abbiamo provato ad affrescare in questo articolo.
La fonte dei loro saperi non è occulta o inaccessibile, e il caso di Fabbri lo mostra in modo esemplare: ne parla lui, ogni volta che può. Allora forse che questa misteriosa ritrosia ad ascoltare non sia proprio una nostra reazione psicologica che tutela la sua figura di esperto? Fabbri – come tutti gli altri esperti – svolge il suo ruolo solo e soltanto se rimane esoterico, perlomeno limitatamente ai principi primi da cui muovono le sue analisi. La società è parte attiva nel processo che rende l’esperto tale proprio perché si rifiuta di scoprire cosa c’è sotto questo status. È un prestigio e, come nell’omonimo film di Nolan, viene fuori che: “Ora state cercando il segreto ma non lo troverete, perché in realtà non state davvero guardando. Voi non volete saperlo. Voi volete essere ingannati”.
I PIÙ LETTI DEL MESE

Dario Fabbri, l’incompreso

Pasolini contro Sanremo

Viaggio nell’inferno invisibile della rete

Capire e amare l’altro animale

Carne coltivata

Che cos’è un podcast?
ARGOMENTI
ZaZen
La cosa più importante nell’assumere la posizione ZaZen è tenere dritta la spina dorsale.
Orecchie e spalle dovrebbero essere allineati.
Rilassate le spalle e spingete in alto, verso il soffitto, con la nuca.
Dovreste anche far rientrare il mento.
Quando il mento e proteso in alto, non c’è forza nella vostra posizione; probabilmente state nel mondo dei sogni.
Sempre per acquistare forza nella vostra posizione, premete il diaframma in giù, verso l’Hara, o basso addome.
Ciò vi aiuterà a mantenere l’equilibrio fisico e mentale.
Le mani devono formare la mudra cosmica.
Se appoggiate la mano sinistra alla destra, facendo combaciare le articolazioni centrali dei medi, e accostate i pollici fino a che si tocchino leggermente, le vostre mani formeranno un ovale perfetto.
Dovete conservare questa mudra universale con grande cura, come se sorreggesse in mano qualcosa di preziosissimo.
Bisogna che teniate le mani aderenti al corpo, con i pollici all’altezza dell’ombelico circa.
Tenete le braccia sciolte e rilassate, leggermente discoste dal corpo, come se nello spazio intermedio bisognasse reggere un uovo senza romperlo.
Non dovete essere inclinati di lato, avanti o indietro.
Dovete stare seduti dritti come se reggeste il cielo con la testa.
Se desiderate la vera comprensione del Buddhismo, dovete praticare in questo modo.
Queste forme non sono mezzi per ottenere il retto stato mentale.
Assumere questa posizione è di per sé lo scopo della nostra pratica.
Quando tenete questa posizione, avete il retto stato mentale, perciò non è affatto necessario cercare di raggiungere qualche stato speciale.
Quando cercate di raggiungere qualcosa, la vostra mente comincia a vagare in qualche altro luogo.
Quando non cercate di ottenere nulla, allora avete il corpo e la mente qui, proprio qui.
My Pará 2022
























































D’Gare ass meng stuff
Tao and Chi
Tao & Chi
Abbiamo scelto questo strano titolo per sottolineare come Taoismo filosofico e Taoismo religioso sono due cose e non una. Il Taoismo filosofico segue le leggi della natura, il Taoismo religioso “insegna a operare contro natura” (Fung Yu-Lan). Quindi, non solo sono due cose distinte, ma sono anche opposte. Chi ha letto il Tao Te Ching o il Chuang Tzu sa bene come la filosofia cinese ha poco a che vedere con i ponderosi volumi dei filosofi occidentali: essa si esprime per aforismi, allusioni. Lao -Tzu, a differenza di un Aristotele o di un Platone, tutto quello che aveva da dire lo ha affidato a pochissime pagine. Chuang -Tzu, ha detto tutto in un libro. E così Lieh -Tzu.
Tao vuol dire “Via”. Spesso in Occidente viene paragonato ad un Dio creatore, ma non è corretto. Esso non crea nulla nel senso che noi attribuiamo al verbo creare: le cose emanano da Esso, perché il Tao è l’Essenza di ogni cosa, la Forza di ogni forza, la Vita di ogni vita. E’ indefinibile perché le parole non possono contenerLo. E’ inesauribile perché permea l’intero universo. Ogni cosa viene in esistenza perché leggi di natura vogliono che così sia. Caratteristica principale del Tao è il Mutamento. Come bene sottolinea il Duyvendak nel suo commento al Tao Te Ching nel capitolo primo, è paradossale come una via che dovrebbe dare l’idea di immutabilità e di permanenza, alla fine sia caratterizzata da una “perpetua mutevolezza”: “fra tutti i paradossi del Tao te Ching , questo è il primo e il più importante.” Ecco perché leggiamo nello stesso capitolo
“La Via veramente Via non è una via costante” e “I Termini veramente Termini non sono termini costanti”, cioè i nomi (termini) veri sono quelli che non possono definire alcunché, perché sono inconstanti. Per tanto, chi si aspetta di trovare nella filosofia cinese un preciso percorso fatto di segnalazioni e di certezze, ci rimane deluso. Ma allora come è possibile parlare di filosofia davanti ad aforismi paradossali che non hanno nessun svolgimento logico di pensiero? Come può essere chiamato filosofo un Lao-Tzu che fin dall’inizio ci dice che le parole non possono spiegare il Tao la cui essenza è il Mutamento? Da un punto di vista teorico non è possibile, ma da un punto di vista pratico non solo è possibile, ma è l’unica verità accettabile e verificabile! Il filosofo cinese non è un teorico, ma un pratico che segue le leggi della natura, e la sua filosofia è molto “simile” a quella del contadino e dell’uomo di buon senso. Basta leggere il secondo capitolo del Tao Te Ching per capire come ogni cosa postula il suo opposto. Ciò è reso in maniera perfetta dal simbolo famosissimo del Tai Chi, laddove gli opposti Yin e Yang abbracciati contengono, ciascuno al suo interno, il loro opposto: all’interno del Nero c’è un puntino bianco e all’interno del bianco c’è un puntino nero. La notte genera il giorno, il giorno genera la notte…
Con poche nozioni di base (Tao, Wu-wei, Yin e Yang, Mutamento, Natura), i filosofi taoisti sono riusciti a creare dei testi immortali ricchi di saggezza e buon senso, oltre che di suggestioni. A differenza dei filosofi occidentali, essi non sono mai stati superati, ed ancora oggi, questi classici, formano le menti di milioni di cinesi-e-non in tutto il mondo.
Il Taoismo religioso ha più lontane origini di quello filosofico ed è figlio dello sciamanismo. Mircea Eliade ci informa che nell’antica Cina vi erano particolari persone chiamate Wu, i cui poteri erano molto simili a quelli degli sciamani di ogni continente. Eva Wong ci racconta come cinque mila anni fa certi capi tribù cinesi avevano poteri eccezionali: “dominavano gli elementi, i fiumi si piegavano al loro volere, le piante e gli animali rivelavano loro i propri segreti, parlavano con forze invisibili, salivano ai cieli e si recavano sottoterra…” Il più importante di tali capi tribù fu Yu, un essere immortale non generato da madre ma direttamente dal padre . Famosa è la danza di Yu, capace di far volare fino al cielo. La stessa Eva Wong ci ricorda come intere generazioni di sacerdoti taoisti, di sciamani, di mistici, l’ abbiano eseguita, e come ancor oggi è eseguita da “praticanti di arti marziali interiori”.
Il Taoismo filosofico nasce invece Fra il 475 e il 221 a.C. in un particolare periodo storico detto “degli stati combattenti”. “Confucio e Meng-Tzu sostenitori dell’ordine sociale e della virtù; Mo-Tzu, filosofo dell’amore universale e del sacrificio personale; Han-Fei-Tzu, il legalista; Kung-Sun-Lung, il sofista; Sun-Tzu, lo stratega militare, e i giganti del pensiero taoista, Lao-Tzu, Chuang-Tzu e Lieh-Tzu” (Eva Wong) sono vissuti tutti nei primi cinque secoli avanti Cristo, lo stesso periodo in cui vissero i più grandi filosofi greci ed in cui esplose il buddismo. Questo è il periodo classico taoista,definito così per via dei tre classici del taoismo che portano il nome dei suddetti tre giganti.
Vogliamo riportare un paio di brani del Chuang-Tzu per far capire la grandezza del Maestro (Tzu) Chuang, allievo del Maestro Lao. Uno é “Dov’è il Tao” nella bellissima traduzione di Mario Novaro in “Acque d’autunno” dell’edizione Laterza:
Tung Cuozè chiese a Ciuangze: “ciò che chiamate Tao dove si trova?”
Ciuangze rispose: “in ogni luogo”.
“Dammi un esempio” disse Tung Cuozè”.
“E’ qui in questa formica”.
Dammi un esempio più basso”.
“E’ in questa gramigna”.
“Ancora più basso”.
“E’ in questo coccio”.
“Più basso ancora!”.
“E’ in questo letame!”.
Tung Cuozè restò in silenzio.
“La tua domanda, maestro mio”, disse Ciuangzè, “non tocca l’essenziale…nulla è fuori del Tao…
Cerca di peregrinare con me al castello di Nessunluogo, là dove tutto è uno. Là vorremo parlare di infinità. Cerca di venire con me nel Farnulla. Là è semplicità e silenzio, oblio e purezza, armonia e pace. Lo spirito è sciolto. Se va non sa dove. Va e torna, né sa dove si fermi. Avanti, indietro, senza meta. Si libra fuori dei limiti, dove la più gran conoscenza non trova confini.
Quegli che fa le cose ciò che sono non ha i limiti delle cose; limiti hanno le cose in quanto cose. Esso è il confine, esso è l’infinitezza dell’illimitato”. (pag.140,141)
Per chi volesse comparare diverse traduzioni troverà lo stesso brano alle pagg. 178,179 dell’edizione Tea, alle pagg. 242,243 dell’edizione Mondadori, e alle pagg. 202,203 dell’edizione Adelphi.
L’altro brano è il N° 54 del settimo capitolo dell’edizione Tea (pag. 62).
“Non essere un assegnatore di nomi, non essere un ricettacolo di proponimenti, non essere un assuntore di imprese, non essere un propugnatore di sapienza. Con la persona contieni tutto l’infinito e vaga nell’inapparente, dà fondo a tutto ciò che ricevi dal Cielo e non guardare al guadagno: sii soltanto vuoto.
L’uomo sommo usa il suo cuore a mo’ di specchio: non favorisce e non avversa, riflette e non tiene. Perciò può eccellere sulle creature senza averne danno”.
Abbiamo riportato questi pochi brani di taoismo per dare un assaggio della sapienza di questi tre grandi maestri, e soprattutto per invitare a leggere le loro opere. Gli aforismi del Tao-Te-Ching, le allusioni e le storie del Chuang-Tzu e gli insegnamenti di Lieh-Tzu, sono dei capolavori unici. In occidente non esiste nulla di simile. L’occidentale religioso può trovare in essi fonte di ulteriore ispirazione e approfondimento spirituale; la personale creativa può “ricominciare” la sua vita d’artista; lo studioso di filosofia può allargare i propri confini; la persona comune può attingere tanto ma tanto buon senso e senso pratico. Sono libri per tutti e per tutto perché impregnati di Tao fino al midollo; sono finestre spalancate sull’inconoscibile (!); sono persino letteratura senza età; sono etica, morale, politica. Sono, insomma, manuali di vita.
Adesso parliamo del Chi.
Martin Palmer, nel suo “Il Taoismo – conoscenza e immortalità” della Xenia ed., ci informa che ” in cinese, la parola per ‘immortale’ è composta di due ideogrammi che significano ‘uomo e montagna’ ed era sinonimo di ripudio della vita secolare”. Tale ideogramma suggerisce l’idea di assoluto distacco dal mondo, di solitudine e di introspezione continua, o in altri termini la via della trasformazione interiore, che nulla ha a che vedere con la ricerca dell’immortalità condotta con magiche erbe o con trasformazioni del corpo. Si tratta di alchimia interiore. Spesso (e ciò vale anche per l’alchimia occidentale) delle tecniche di meditazione interiore vengono camuffate: sembrano tecniche di unione sessuale, mentre invece hanno a che vedere con la circolazione del respiro. Ed ecco che allora l’organo maschile rappresenta il naso, il mantice che alimenta il fuoco della fornace; la fornace alchemica è il cinabro inferiore (altezza dell’ombelico); l’organo femminile è la bocca che durante l’esercizio deve essere aperta o chiusa; ecc. Un caso simile lo incontriamo, per esempio negli insegnamenti del maestro Chuang a proposito della “magia del tuono” (vedi Taoismo Religioso esoterico – M.R. Saso, pag. 200 e segg.). Riportando gli insegnamenti del maestro, il nostro autore ci fa notare, a proposito di questa particolare tecnica, quanto la rendono diversa da quella analoga ma differente che in India è basata sul risveglio della Kundalini: qui la purificazione avviene nel campo di cinabro inferiore. Per i curiosi, diciamo che tale tecnica del tuono consiste nell’incamerare, in Primavera e dopo il primo temporale del nuovo anno lunare, aria elettrificata, accompagnando la respirazioni con mantra e mudra. Dopo aver fatto circolare “il tuono” per tutti gli organi del corpo, alla fine lo si immagazzina nella “vescica della milza” . Esso verrà utilizzato al momento della meditazione di purificazione, per accendere il fuoco nella fornace.
E’ un po’ quello che consiglia di fare il Mutus Liber nei mesi primaverili con la raccolta della rugiada celeste (respirazioni al chiaro di luna con cielo limpido).
Il Chi ( o Ki) è Energia Universale. Gli indiani lo chiamano Prana. Esso ubbidisce ai comandi della mente: da qui i numerosi esercizi di visualizzazione. Esso è presente in abbondanza negli occhi, nelle mani e soprattutto nel cinabro inferiore. La prima cosa da capire è che tale energia tanto più è forte quanto più la mente del praticante è calma ed il corpo rilassato e centrato nell’ombelico. Altra cosa da sapere: il Chi può essere “esteso” attraverso particolari esercizi mentali.
“Il maggior ostacolo nello sviluppo del Ki, è pensare di sapere già…il Ki è sfuggente per natura, la mente può dirigerlo ma non contenerlo. Non si può sperare di consolidarlo senza una pratica regolare nel corso di tutta una vita” (W. Reed). Il termine Qigong racchiude tutte le tecniche che mirano allo sviluppo del Chi. Il Ki rimarrà un mero concetto taoista fino a che non lo si sarà sentito scorrere all’interno dei canali della fisiologia taoista, e quando esso scorrerà produrrà in ogni individuo sensazioni particolarissime, personalissime (scuotimenti, tremori, calori, sudori, scioglimento delle cartilagini, arresto del respiro, leggerezza, ruotamenti, erezioni, orgasmi interiori, ecc.). Importante è non allarmarsi, non rimanere sull’esperienza, ma continuare la pratica. Tali esperienze non sono la meta. Come per il Kundalini Yoga anche qui è importante godere di buona salute fisica prima di avventurarsi in esercizi di respirazione, o per lo meno conoscere il proprio stato fisico, affinché possano, per esempio, essere allungati o accorciati i tempi dell’ inspirazione o dell’espirazione, della ritenzione. Se il praticante è un iperteso o stitico dovrà allungare la fase espirativa, e viceversa se è ipoteso. Anche qui consigliamo di affidarsi alle “cure” di un valido maestro taoista. Se dovesse trattarsi di un occidentale, l’ideale sarebbe un laureato in medicina specializzato in agopuntura, conoscitore dei classici del taosismo filosofico e religioso, e che abbia seguito gli insegnamenti di un valido maestro cinese. Non per nulla Yogamurti e Salimei, nel loro “Ci-Kung” pag. 44 ci dicono che “Sbagliando le tecniche respiratorie, può accadere che la circolazione del sangue e quella del Ci entrino in conflitto dando dei malesseri farmacologicamente incurabili”, oppure che “gli effetti del Ci in un corpo impreparato possono dare cortocircuiti magnetici con dolori locali acuti e infiammazioni”, o anche che “Generalmente chi non pratica una respirazione impercettibile e cosciente ha distrutto il percorso naturale del Ci, che, pertanto, prende altre vie provocando grossi disturbi organici”. Non è quindi un caso se all’inizio, respirazione e agopuntura andavano a braccetto: ogni malattia provoca spostamenti dei punti energetici, la cui localizzazione è personale e va ricercata da un esperto agopuntore. Ma gli avvertimenti non finiscono qua. I suddetti autori ci ricordano anche: “Se la inspirazione e la espirazione sono tra loro in un rapporto casuale, si produrranno nell’organismo delle turbe, che investiranno l’atmosfera in fase espiratoria. Si emetteranno dei vortici magnetici malsani e tutto il respiro umano, non ritmato, costituirà una pericolosa fonte di inquinamento biologico e un pericolo per la salute delle piante”(pag. 16). Per chi non l’avesse capito, una tale espirazione è velenosa, intossicante.
Il respiro non va mai forzato. Il principiante dovrebbe solo respirare naturalmente. Tutte queste cose e molte altre ci vengono insegnate dal Ci Kung che è la scienza del respiro.
La letteratura sul Taoismo, negli ultimi tempi è diventata tanto vasta quanto quella sullo Yoga, e i maestri (o pseudo tali) del settore si sono moltiplicati come conigli. Il consiglio che vorremmo dare a coloro che si avvicinano a tali profonde e non facili discipline sono simili a quelle che daremmo ad un autodidatta del tennis: compratevi una racchetta non molto costosa ed una scatola di palline da tennis; procuratevi un manuale facile per apprendere le regole fondamentali; dopo avere letto attentamente le regole principali, procuratevi un amico disposto a condividere l’avventura, prenotate un campo per qualche ora, e provate senza strafare. Dopo, quando avrete capito che fa per voi, cercate un maestro e fatevi guidare, ma che sia un maestro scritto all’albo, abilitato all’insegnamento…
Noi, che siamo eterni principianti, con questo brevissimo scritto stuzzichiamo la curiosità di chi è portato, per fare di lui l’ennesimo principiante che tale rimarrà per tutti gli anni della ricerca.
Ad una persona attenta, a volte bastano due tre cose per cominciare: chi è orientato verso l’interiorità e la conoscenza è in grado di capire qualunque linguaggio, sia esso taoista, yogico, cabalistico, mistico, zen, o che so io. Ma una cosa è importante nel nostro caso particolare: chi vuole cimentarsi con le tecniche di meditazioni taoiste, a nostro parere, dovrebbe prima leggere i classici del Taoismo filosofico, che più che filosofia nel lato senso occidentale è via della conoscenza come lo è il Jnana yoga, il Vedanta. Tali classici insegnano le cose fondamentali di ogni tipo di meditazione, e cioè il distacco, la purificazione, l’umiltà, il buon senso, il seguire la natura e le sue leggi, e quant’altro serve per calmare il cuore e la mente. Un cuore agitato e una mente in fermento non permettono alcun tipo di meditazione.
Prima di parlare della pratica, voglio riportare una frase significativa di Huai – Chin Nan
“Coltivare il Tao per la propria longevità personale è l’estrema dimostrazione dell’egoismo della natura umana”. Lo stesso ci spiega che l’ideogramma di Chi significa non fuoco, e che se fuoco è il forte desiderio sessuale colmo di lussuria, il pensiero molto agitato o insoddisfatto , e in genere una mente irrequieta, ebbene, in assenza di tale fuoco si è pieni di non fuoco, Chi, energia vitale.
E’ per questo motivo che la calma mentale è una delle prime cose da ottenere in ogni pratica spirituale, e per lo stesso motivo tutte le religioni del mondo predicano ai novizi la castità e la povertà, cioè il distacco dalla mondanità. Ma i cinesi per designare il Chi usano altri due caratteri, di cui uno vuol dire “aria naturale” e l’altro “respiro”. Ora, ognuno di noi ha dentro di sé questa “infinita energia latente” che rimarrà tale e verrà persa con la morte se con appropriate tecniche non si provvederà a purificarla. Pertanto occorre raffinare il respiro calmando la mente: da grossolano esso diventerà leggero, ed in fine sarà talmente sottile che si interromperà, dando luogo ad una particolare respirazione che interesserà il Tan Tien inferiore. Tale parola pare significhi “zona della pancia” (per altri Tan è pillola dell’immortalità, e Tien significa campo), indica appunta una zona che sta aldisotto dell’ombelico. Nella meditazione taoista questo centro è molto importante. Quando tale tipo di respirazione addominale inizierà, nella zona dell’ombelico accadrà qualcosa, come se il diaframma ruotasse su se stesso, come se una sorta di elica convogliasse energia per mandarla su, lungo uno dei canali sottili della fisiologia taoista. Ma a questo punto accadrà che la mente si concentrerà sul movimento del Chi e quindi ne ostacolerà lo scorrere. Ma torniamo al Chi. Esso ha due polarità che non vanno considerate opposte, ma complementari. Ciò vuol dire che tali polarità devono essere mantenute sempre in costante equilibrio, perché incrementarne una a discapito dell’altra vorrebbe dire disequilibrio e distruttività (interna ed esterna). Per dirla in termini junghiani le quattro funzioni dell’Io (pensiero, sentimento, intuizione e sensazione) devono essere in equilibrio. Se una di esse è assente, la persona è squilibrata. Rimanere centrati nel Tan tien inferiore è il punto di partenza. Come per lo Yoga, la posizione corretta per meditare prevede che si tenga la schiena dritta. Per un occidentale, a meno che non abbia le cartilagini sciolte, nel qual caso può assumere una delle tante posizioni che i numerosi manuali consigliano e che sono molto simili alle asana dello Yoga, è preferibile star seduti su una sedia. Tale tipo di meditazione prevede visualizzazioni e rappresentazioni mentali, e concentrazioni sulle tre cavità o Tan tien. Il primo abbiamo visto che si trova sotto l’ombelico, il secondo, quello mediano,si trova nel petto all’altezza del cuore, il terzo, quello superiore, si trova fra le sopracciglia. Tuttavia è previsto anche un punto sopra la testa. Qui è d’obbligo avvertire che prima di procedere a tali tipi di concentrazione occorrebbe assicurarsi del proprio perfetto stato di salute. In ogni caso è sempre consigliabile cominciare sotto la guida di un maestro esperto (non ci stancheremo mai di ripeterlo), preferibilmente medico e conoscitore del cinese, piuttosto che finire sotto le grinfie di un cialtrone.
Noi siamo autodidatti ed eterni principianti, sempre pronti ad imparare e verificare le più disparate discipline. In commercio esistono degli ottimi libri, ma ne esistono anche di meno buoni. Abbiamo tanto insistito perché si cominci con lo studio della filosofia taoista, perché nei classici è detto anche come procedere lungo la “via”. Uno qualunque di loro può dare quello che cento mediocri testi di meditazione possano fornire. La Saggezza è una chiave universale: una sola intuizione di Sun-Tzu o Lao -Tzu può farti volare su questa “via” più di mille ore di meditazione.
Ma torniamo al nostro Tao e al nostro Chi. A proposito di Tao, qualcuno (purtroppo non ricordiamo chi) ha detto che volendo fare un paragone fra il Dio Occidentale ed Esso si troverebbe in difficoltà, perché la Divinità occidentale è esclusivamente maschile, mentre il Tao è composto di Yin e Yang. Per tanto il paragone potrebbe reggere solamente acccostando al Dio d’occidente esclusivamente lo Yang. Questo potrebbe essere un bello spunto d’approfondimento, che però noi in questa sede non possiamo permetterci per questioni di spazio e di tempo. Questo saggio vuole essere solo una sintesi stringata del vastissimo mondo taoista, ed ha un duplice scopo: quello di concludere un discorso che era cominciato con “Kundalini e dintorni”, e che era proseguito con “Reich e la scoperta dell’Orgone”. Unico suo scopo è offrire ai curiosi viaggiatori della grande rete che non ne sapessero nulla, un assaggio della millenaria saggezza cinese, con la speranza che qualcuno per suo conto possa dopo approfondire e, perché no, divenire magari uno studioso della materia.
Stavamo parlando dei Tan Tien, dei campi di cinabro. Stavamo anche parlando dei rischi che un fisico ammalato può correre nel caso di una inopportuna concentrazione, per esempio, fra le sopracciglia. Si potrebbe incorrere in un innalzamento della pressione del sangue. Tuttavia, in generale, la concentrazione è della massima importanza, perché se la mente non è capace di concentrarsi “è assolutamente impossibile aprire la via del Chi” (Huai-Chin Nan). D’altro lato, va considerato anche che, se con una seria discesa nella propria interiorità non si riesce a giungere alla vera causa dei blocchi energetici che si manifestano nei modi più disparati nel corpo e nella mente, a nulla serviranno tutte le tecniche di rilassamento che momentaneamente possono anche dare sollievo. Su questo punto la pensiamo esattamente come James Hillman: “Ho poca fiducia nelle terapie somatiche – le tecniche antistress, di rilassamento- che dei sintomi vogliono solo liberarsi”.
(il LINGUAGGIO della VITA – Rizzoli, pag. 29). Liberarsi per qualche tempo dei sintomi, non vuol dire averne vinto le cause. Né ci si può illudere di sconfiggere problemi psichici con droghe, alcool o psicofarmaci. Reich (vedi il nostro saggio su di lui in questo stesso sito) con le sue rivoluzionarie tecniche ha cercato per tutta la sua vita di terapeuta di aiutare i suoi pazienti a vincere tali blocchi energetici. Nel suo “Il Tao della meditazione” , Jou Tsung Hwa, dopo avere dedicato metà del suo libro a introdurre in modo perfetto l’argomento, parla delle posizioni da assumere per meditare e dei vari tipi di meditazione. Infine parla, dei “tre tesori del corpo”, che sono “il Ching o secrezioni interne, il Chi o l’energia; e lo Shen o lo Spirito”(pag. 119), e dei tre livelli della meditazione taoista:Il primo è il trasferimento del Ching al Chi, il secondo è il trasferimento del Chi allo Shen, il terzo è il procedere dallo Shen al Vuoto o Wu Chi. Per tutto il tempo della pratica al meditante è raccomandata un’ attività sessuale moderata (ognuno deve scoprire i propri giusti ritmi), ed altrettanta moderazione in tutto. Poi ci viene suggerito un esercizio di concentrazione che permette di raggiungere il Tan Tien inferiore dal basso. Si tratta di contrarre gli sfinteri anali e di covare la pressione verso l’alto che scaturisce dalla contrazione proprio nel Tan Tien. Gli occhi concentrati su questo punto “coveranno” tale pressione come farebbe una gallina con l’uovo. Già questa iniziale pratica può dar vita ad eccitazione sessuale, il che è positivo. Ma positivo non è indugiare su tale eccitazione, perché voler aumentare l’attività sessuale usando questa energia indebolirà il corpo più di com’era prima della pratica. Per non parlar di satiriasi (equivalente maschile della ninfomania, quindi uno stato patologico caratterizzato dalla continua ricerca della soddisfazione sessuale). Ricordiamo al ricercatore che l’energia segue la mente, e se la mente si concentra troppo spesso sul centro sessuale l’energia corre là e alla fine, diventando incontenibile vorrà allentare la tensione ed esplodere verso l’esterno. L’orgasmo, come Reich insegna, è salutare, ma, aggiungiamo noi, nella moderazione. Torniamo alla meditazione. Finché permane l’eccitazione sessuale occorrerà inspirare e contrarre l’addome, e, visualizzando l’energia che si muove, si ripete lo stesso esercizio per nove volte. Se le sensazioni permangono occorre proseguire… Quando nel Tan Tien si accumulerà parecchia energia, il Chi comincerà a scorrere nei Meridiani (canali sottili), due dei quali sono il Tu Mai (Vaso Guida) ed il Jen Mai (Vaso Servo).
Il primo parte dal perineo e salendo lungo la colonna, circumnaviga la calotta cranica e si ferma sul labbro superiore; il secondo va dal labbro inferiore al perineo. Quando il praticante pone la lingua nel palato si forma un vero e proprio circuito: l’energia, convogliata dal Tan Tien vien fatta salire dal Vaso Guida e scendere dal Vaso Servo. Questo circuito vien detto Piccola circolazione celeste, per distinguerla dalla Grande circolazione celeste che interessa anche gli arti superiori e inferiori. La respirazione ritmata dovrà accompagnare questa Piccola circolazione celeste: in salita si inspira, in discesa si espira. Con la Grande circolazione celeste “entreranno in funzione” gli otto Meridiani, ed il corpo del praticante diventa come quello di un bambino. Dopo si potrà passare a quanto accade sopra la testa e nel terzo occhio, ed a coltivare la luce. Ma tutto questo in un breve saggio non può trovare posto. Il nostro scopo era quello di introdurre al mondo taoista. Speriamo di esserci riusciti.
Non ci rimane dunque che fare l’ elenco dei testi consigliati, ed augurarvi buona lettura.
Di carattere generale
- Fung Yu-Lan = Storia della Filosofia cinese – Mondadori
- Anne Cheng – Storia del pensiero cinese (2 Vol.) – Einaudi
- Eva Wong – Il grande libro del Tao
- Giangiorgio Pasqualotto – Il Tao della filosofia
- Martin Palmer – Il Taoismo – Xenia
- Katya Walter – Il Tao del Caos – Piemme
- Matgioi – La via taoista – Basaia
- Nei-Ching (Canone Med. Interna Imperatore Giallo) – Mediterranee
- Fritjof Capra – Il Tao della fisica – Adelphi
- Jaques Lavier – Storia dottrina e pratica dell’Agopuntura Cinese – Med.
- Felix Mann – L’agopuntura cinese – Bompiani
- Vincenzo Calò – L’agopuntura
- Henri Borel – Wu Wei – NeriPozza
- Deng Ming-Dao = Il Taoista errante
- Il Segreto e il sublime (misteri e magia del Taoismo – Mondadori
- Francesco Casaretti – Totò Tatì e il Tao – Sperling &Kuìfer
- Ray Grigg – Il Tao della Barca – Corbaccio
- Ray Grigg – Il tao delle relazioni… “
Classici
Lao – Tzu = Tao Te Ching – Mondadori; Newton; Editoriale nuova; Bastogi;Jaca Book;….
- Chuang-Tzu = Mondadori;Tea;AdelphiLaterza;…
- Sun-Tzu = L’Arte della guerra – Bur;
- Confucio – I Dialoghi – Bur;
- Thomas Clerry – il libro degli insegnamenti di Lao-Tzu = Mondadori;
- Thomas Clerry – Il Libro dell’equilibrio e dell’armonia – Mondadori;
- I King (Libro dei mutamenti) – Astrolabio;
Meditazione, alchimia, tecniche taoiste
-Henri Maspero – Il Soffio vivo – Adelfhi;
- Chao Pi Ch’en – Trattato di alchimia e fisiologia taoista – Mediterranee;
- Huai -Chin Nan = Tao e longevità – Astrolabio;
- Jou Tsung Hwa – Il Tao del Tai-Chi Chuan = Ubaldini;
- Jou Tsung Hwa – Il Tao della meditazione – “;
- Waysun Liao – I classici del T’ai Chi – Ubaldini;
- Lu Tung-Pin = Il segreto del fiore d’oro – “;
- Michael R. Saso – Il taoismo religioso – “;
- Monica Esposito – L’alchimia del soffio – “;
- Da Liu – Tai Chi Chuan e meditazione – “;
- Charles Luk- I segreti della meditazione cinese – “;
- Isabelle Robinet – Meditazione taoista – “;
Mantak Chia – Tao Yoga – “;
- Mantak Chia – Tao Yoga dell’Energia Cosmica – “
- Mantak Chia – Tao Yoga e automassaggio – “
- Mantak Chia – Tao Yoga femminile – “;
- Mantak Chia – Tao Yoga dell’amore – “;
- Yogamurti- Salimel = Ci-Kung = “;
- William Reed – Ki – “;
- Takahashi-Brown = Qigong – “;
- Thomas Cleary – Taoismo pratico – Armenia;
- Lu-Tzu – Il mistero del fiore d’oro – medit.;
- Charles Luk – Lo Yoga del Tao – “;
- Grant Muradoff – Tai Chi Chuan (3 vol.) – Med;
- Christopher J. Markert -iniziazione al Tan Tien – med.;
- Paul Crompton – Il Tai Chi – Xenia;
- Elio Occhipinti – Il Qigong – Xenia;
- Patricia Muller – Pratiche taoiste – M.I.R.
- Chang Dsu Yao – Roberto Fassi = Il Tai Chi Chuan – De Vecchi.
Praia la prainha Alvor PT
Watch “Cronos | ep.28 – 21/05/22” on YouTube
Sachs
Hishiryō — Wikipédia
https://fr.m.wikipedia.org/wiki/Hishiry%C5%8D#
Have a nice day




